Medicina Difensiva. Conclusioni convegno Tor Vergata

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Medicina Difensiva. Conclusioni convegno Tor Vergata

Messaggioda eco_admin » 13/01/2015, 21:29

Prima parte
Seconda parte
Terza parte
Quarta parte

Premessa:

La contenziosità in medicina è sempre esistita e lo sarà sicuramente nel prossimo futuro.
Attualmente, però, stiamo vivendo un’epoca di “patologia delle controversie” ben differente da una “fisiologica contrapposizione” ed è quindi importante arginare la contenziosità.
Qualora il medico passasse dall'attuale 70-80% di cause vinte in civile, al 90%, le cause aumenterebbero ugualmente. Il 90% delle cause in penale, infatti, sono già vinte dal medico.


Nostre conclusioni sul convegno di Tor Vergata: “Medicina Difensiva: un problema per il futuro dell’assistenza sanitaria tra regole che la inducono e regole che la riducono”.

Il problema della medicina difensiva non può riguardare soprattutto “l'incertezza del medico sulla propria condotta con lo scopo di mettersi al riparo dal rischio di imputazione colposa di un evento dannoso”, come affermato dagli organizzatori dell’incontro. Si tratta, invece, di comprendere in che modo un legislatore e quindi il giudice possano qualificare il comportamento di un medico, vista la presumibile scarsa conoscenza riguardo fatti di medicina e senza una chiara, preliminare, forma di controllo deontologico delle pratiche medico-legali.
Le capacità fuorvianti del consulente deontologicamente scorretto sembrano essere totalmente sconosciute al gruppo di lavoro di Tor Vergata e difficilmente potranno rendersi manifeste fin quando nei convegni sulla medicina difensiva sarà assente il medico che si difende con il codice deontologico.

Nessuna delle domande che tale medico si pone ha trovato risposta nel convegno.

Come mai

1. gli Ordini professionali non promuovono la legge istitutiva del 1946, nonostante il legislatore parlasse espressamente di “controversie” ed aveva posto il controllo deontologico tra medici ad argine della contenziosità?
2. il Ministero della Salute non si è mai pronunciato a favore del controllo deontologico tra medici riguardo le perizie medico-legali pur conoscendone l’importanza e nonostante il numero elevato di cause vinte dal medico avrebbe dovuto far riflettere in tal senso?
3. le Asl applicano codici etici con l’intento di arginare il malcostume dei dipendenti ma non favoriscono il controllo deontologico delle pratiche medico-legali e delle citazioni a loro avverse?
4. molti giudici ritengono di non sanzionare la condotta di chi ha avanzato una domanda risarcitoria pur respinta e di compensare frequentemente le spese di lite?
5. molti avvocati-consulenti-pazienti cavalcano la logica mercantile della medicina difensiva e non si riesce ad arginarla?
6. non vengono presi in considerazione, se non raramente, i danni provocati dalla giustizia lenta?

Gli organizzatori del convegno hanno cercato con forza un rapporto dialettico con il legislatore nonostante l’evidente fallimento dell’attuale politica.

Il decreto Balduzzi emanato dal Ministero della Salute dopo anni di inefficienza non provocherà, ad esempio, il paradossale effetto di incrementare il fenomeno della medicina difensiva? Al fine di sollevarsi dalla rivendicazione di una possibile responsabilità, l'operatore, infatti, non tenderà a seguire pedissequamente protocolli e linee-guida, prescrivendo esami diagnostici o ricoveri quando siano astrattamente previsti per quel dubbio diagnostico o per quella patologia, e non quando siano realmente necessari?

Gli organizzatori del convegno

hanno proposto di abbandonare le ipotesi di responsabilità "oggettiva" e dei modelli di “onniscienza" e “onnipresenza" medica”, sottolineando alcune discutibilissime conclusioni della Cassazione:
1) necessità “del rispetto di tutte le regole e gli accorgimenti che nel loro insieme costituiscono la conoscenza della professione medica”;
2) la preparazione del medico deve «necessariamente comprendere la conoscenza di tutti i rimedi che non siano ignoti alla scienza ed alla pratica della medicina»
3) “la responsabilità non viene meno ove il chirurgo non abbia l'obbligo di trattenersi nella clinica ove ha effettuato l'intervento operatorio, dal momento che dal compimento dell'intervento stesso discende il suo obbligo di praticare tutti i necessari trattamenti postoperatori e quindi di fare in modo di essere prontamente avvertibile per apprestare i necessari rimedi contro possibili complicanze”;
hanno criticato
a) la "responsabilità oggettiva” visto che il medico è stato anche chiamato a risarcire un danno indipendentemente dal fatto che esso fosse stato da lui causato, solo in ragione della difformità tra il risultato del trattamento ed il risultato "atteso" dal paziente;
b) la considerazione ex post della condotta del medico;
c) la valutazione differente (con i danni che comporta) del nesso di causalità omissiva in sede civile ed in sede penale
ma, incredibilmente, nel convegno non si è sentita la necessità di un confronto tra perizia medico-legale e codice deontologico. Eppure la perizia appare fondamentale nella valutazione:
 della "colpa medica",
 della "diligenza",
 del regolato ed accorto comportamento del professionista,
 della scrupolosa attenzione ed adeguata preparazione professionale,
 della possibilità di distinguere se una prestazione implica la soluzione di problemi tecnici "di facile esecuzione” o di “speciale difficoltà”.

L’approccio multidisciplinare riguardante la medicina difensiva non è una novità, contrariamente a quanto riferito nel convegno di Tor Vergata tenutosi presso il CEIS dell’Università. AMAMI, ad esempio, la propone da almeno quattordici anni. Quattordici anni fa, medicina difensiva aveva un costo di due miliardi o su per giù, oggi è tredici miliardi. Ebbene, nel convegno non si avverte la necessità di differenziare la lotta alla medicina difensiva rispetto all'attuale strategia.

Nel documento preparato in occasione del convegno tenutosi a Tor Vergata era riportato, tra le strategie di de-conflittualizzazione della richiesta di risarcimento del danno: l’art. 3, lett. g. del decreto del 1946.
Il legislatore, nel 1946, parlava espressamente di “controversie” e proponeva un argine alla contenziosità (il controllo deontologico tra medici), un metodo di lotta in una realtà, come l’attuale, di patologia delle controversie, uno strumento di difesa (la lettera con richiesta di interposizione all’Ordine dei medici), l’uso di un'unica voce, quella deontologica, tra tutti i medici indipendentemente dalla specializzazione o perfezionamento ma, di tutto ciò, nel convegno non si è discusso.
Nulla è stato detto riguardo l’attuale sistema che ha permesso a numerosi esponenti dell’attuale classe dirigente di aver cancellato un’intera generazione di giovani medici da ruoli dirigenziali e di programmazione politica, di non aver arginato la nascita e lo sviluppo della medicina difensiva come proposto dal legislatore del 1946 e di mantenere ancora ruoli dirigenziali, come se nulla fosse, presenziando convegni con tanto di faccia tosta.

Ritenere che il medico non possa difendersi con il codice deontologico significa nascondere un’arma formidabile di difesa al medico stesso.

Nel primo livello di lotta alla medicina difensiva vi è la nostra proposta di “revisione e controllo deontologico permanente delle pratiche medico-legali secondo quanto deducibile dall’art. 3, lett. g del decreto del 1946 con relativa esposizione finanziaria del consulente scorretto. “Esposizione finanziaria” visto che il consulente deontologicamente scorretto potrebbe rispondere anche al proprio cliente che ha perso la causa di: mancata, doverosa diligenza se non addirittura del sospetto di dolo.
Quale “sapore” potrebbe avere il sospetto di dolo per il consulente deontologicamente scorretto, qualora si realizzasse la nostra proposta di revisione deontologica delle pratiche medico-legali, visto la durata delle cause, la possibilità che l’assicurazione non copra il rischio o lo faccia per poi tentare di rivalersi sullo stesso consulente o, addirittura, non faccia nulla per suo fallimento (già avvenuto e riportato anche dalla Commissione parlamentare sull’errore in sanità)?

Affermare che il medico, per paura di essere chiamato in causa, mette in opera meccanismi difensivi con danni alla popolazione, è come considerare il sintomo e non la malattia, la tosse e non la tubercolosi.
La medicina difensiva, per il medico che si difende con il codice deontologico, appare come la conseguenza della più grande ed articolata forma di tradimento della storia della medicina nei confronti dell’ideale di cittadino-medico e dei restanti professionisti della sanità.

Riassumiamo le nostre proposte

Primo livello di lotta
potrebbe riassumersi nel “Timbro deontologico sulle perizie”: il Consulente autocertifica, su base volontaria, di aver stilato la perizia secondo i dettami del Codice Deontologico. Come già affermato, nel primo livello di lotta vi è anche la nostra proposta di “revisione e controllo deontologico permanente delle pratiche medico-legali secondo quanto deducibile dall'art. 3, lett. g del decreto del 1946 con relativa esposizione finanziaria del consulente scorretto.
Questa proposta potrebbe avere effetto immediato.
Essa, infatti, non sarebbe soltanto utile per il medico ingiustamente chiamato in causa ma potrebbe essere utilizzata dal paziente-cliente qualora (70-80% dei casi) perdesse la causa e volesse rifarsi nei confronti del consulente scorretto. Il nostro sito medicinadifensiva.com è disponibile (e già lo effettua) per la “messa a sistema” di un archivio digitalizzato allo scopo di estrapolare elementi di conoscenza riguardo frasi deontologicamente scorrette nelle citazioni dell’avvocato e nelle consulenze medico-legali. Potremmo, così, dimostrare anche che vi è un’unica medicina difensiva per tutti i medici indipendentemente dal loro perfezionamento o specializzazione e che esiste un unico linguaggio tra medici, quello deontologico.
Sarebbe anche utile il conteggio delle lettere con richiesta di interposizione all’Ordine dei Medici secondo il decreto del 1946 in tutta Italia per controbilanciare la logica mercantile della medicina difensiva.

Secondo livello di lotta
Fallita la nostra proposta, si potrebbe ritenere utile quanto discusso nel South Carolina . In tale regione hanno formulato una terapia a largo spettro riguardo la figura professionale più predisposta alla "nevrosi da indennizzo". Si tratta del rifiuto da parte del medico di curare gli avvocati, i loro familiari e le loro segretarie.
Potremmo aggiungere anche i giudici di Cassazione ed i loro parenti.
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